domenica 23 dicembre 2007





tanti cari auguri da Rita, Renato ed Emanuele.

martedì 18 dicembre 2007

Sono andato a Frontale in un giorno di pioggia, una leggera bruma sul fondo della valle ad ovattare i colori e a creare un’atmosfera leggera e morbida.
Dopo pochi km, risalendo la val di Rèzzalo, che si presenta come una valle interessante e invita ad una escursione che si addentra verso le cime del m.te Gavia e del m.te Sobretta, Frontale appare alla vista. Il paese si trova appoggiato su un balcone naturale sovrastante la Valtellina, che in quel punto comincia ad alzarsi per raggiungere Bormio.
Tutto qui dà un senso di aereo, di aperto allo spazio e al tempo.
Anche il piccolo cimitero sembra rivolgersi allo spazio, come se preparasse l’ultima rincorsa per farci volare nell’infinito.
Aggirandomi fra strade lucide di pioggia, deserte e silenziose, l’ombra del minatore di Frontale mi ha accolto e quella è un’ombra che non ha bisogno del sole per apparire nel pensiero.
Con lui ho percorso strade di un paese operoso che ha attraversato il suo tempo con una sua sobria dignità, la dignità di chi ha conosciuto la canzone antica della fatica e l’ha saputa sopportare con una fede semplice dai sapori antichi.
Ho letto su un cartello che gli abitanti di questo paese, prima di essere minatori e operai edili, ai tempi della Repubblica di Venezia, in significativa quantità erano emigrati per svolgere il duro lavoro degli scaricatori di porto in quel di Venezia. Qualche volta, per non abbandonare la montagna è necessario andare altrove per trovare le risorse per poi tornare e farla rivivere. I Frontalesi evidentemente non hanno mai temuto la fatica e i disagi, la montagna ha insegnato loro ad affrontarli e quella montagna se la sono portata in tasca nel loro viaggiare per lavoro.
Ho scelto la parte più antica del paese seguendo i passi silenziosi del Minatore di Frontale, ed ho trovato i segni dell’operosità antica
Sembrava di sentirle le donne del paese intente a lavare i panni mentre si raccontavano storie e ricordi nostalgici, mentre cantavano quelle canzoni che avevano come musica lo sciacquio dei panni sbattuti nell’acqua.
E l’immaginaria ombra del vecchio Minatore, con le proprie parole fatte di silenzio, dialogava con il silenzio di quelle stradine lavate dalla pioggia e spazzate dal vento che scendeva dal Gavia.
Ed io, con lui vicino, camminavo piano. Avrei voluto trovare la sua casa per vederlo entrare con un sorriso…
ed io sarei rimasto lì a guardare la sua felicità, l’avrei visto chiudere i vetri che avrebbero riflesso la mia immagine, ferma ad aspettare.
Aspettare... tutto lì sembra aspettare qualcosa che deve arrivare, qualcosa che deve partire.
C’è una vecchia scopa che aspetta davanti ad un uscio una nonna stria che si ricordi di lei
C’è chi aspetta il sole... ed io mi chiedo se il sole non appaia per paura di disturbare gli occhi del vecchio Minatore, occhi abituati al buio.
I gatti si aggirano per quelle stradine, anime libere in cerca della loro piccola felicità e di una carezza, pronti a ripagarti con uno dei loro sorrisi felici appena la ricevono.
E c'è chi aspetta un giorno nuovo per farlo diventare un nuovo giorno.
Ed arriverà un giorno nuovo: sarà di sole, perché quel minatore se l’è meritato e dal suo gomitolo luminoso scenderanno fili di luce ad annodare ricordi di morbida pace, che attraverso il vapore rimasto sull’obbiettivo della mia macchina fotografica, si sono composti in un acquerello che mi si è dipinto nella memoria.

Renato

venerdì 7 dicembre 2007

"Quando cade una stella, esprimiamo un desiderio... quando cade uno di noi, voglio pensare che succede il contrario" (DB) -che sia una stella ad esprimere un desiderio-
Ieri sera Il padre di Davide Van de Sfroos, come giustamente dice un suo amico, è rinato a nuova luce.
Coraggio Davide... un giorno scopriremo che quell'ultimo respiro aveva un senso, scopriremo che serviva ad aprire quella porta, labile confine, fra il viaggio della vita terrena e il viaggio nella conoscenza dell'infinito, del senso della gioia e del dolore e ora... dovunque si trovi tuo padre, quel posto è diventato un pò più bello.
Renato

domenica 2 dicembre 2007

......









Sta arrivando l'inverno:
sarà un inverno di neve
e di castagne calde,
di luci colorate nelle vie,
e di stelle brillanti di bianco
scese dal cielo
sui rami nudi degli alberi...
Sarà la dolce voglia di una coperta calda,
di un cappuccino fumante
e del dolce scrocchiar di brioche
che lascian profumo nel forno...
Sarà l'inverno del tempo,
quel che fa riposare i campi
sotto una coperta bianca,
quello che veste i monti
di un mantello candido
ornando gli abeti con gioielli
e monili,
di caldo ghiaccio.
Mettiamo cappotti caldi
e guanti, sciarpe e cappelli,
usciamo in strada cercando,
vivendo
mani calde da stringere,
per non farlo entrare in noi,
perché non sia l'inverno del cuore.
Perché il cielo
immenso e sconfinato di azzurro
non diventi una gabbia per gli uccelli,
perché il mare
immenso e inarrestabile
non diventi vasca per i pesci...
Ed un cuore,
pulsante di passioni e caldo d'amore
non diventi prigione,
per i pensieri.






Renato.

Frontale

Finalmente torniamo a scrivere sul Blog!

Caspita è veramente poco il tempo che si ha a disposizione, vuoi il lavoro vuoi altri mille impegni....vabbè sorvoliamo.


Incuriosito dalla canzone "Frontale" di Davide Van De Sfroos, il nostro eroe Renato, munito della sua fedele macchina fotografica (regolarmente con la batteria scarica) si è recato appunto a Frontale per farne un piccolo servizio fotografico.










































































In mancanza di mucche da fotografare, si è accontentato di questo sperduto gatto!!!!Pensate voi come stava conciato!!!






















sabato 24 novembre 2007

IL BLOG DI PAULLO SCRIVE.....

Un folto e appassionato pubblico ha applaudito con entusiasmo all’Auditorium Frassati di Paullo domenica 11 novembre Davide Bernasconi, in arte Van De Sfroos, il menestrello del lago di Como. Quasi tutte le sue canzoni fanno capo al lago, al suo spirito profondo, ai suoi lati sporchi e puliti, alle sue luci e alle ombre, ruotando attraverso tutti i paesi rivieraschi. Il suo repertorio, per lo più scritto e cantato in dialetto tremezzino (o laghée), è resa ancor più realistico e forte da storie che, anche se scomode, sono assolutamente poetiche. Storie di semplice ed umile umanità elevate ad autentica lirica. Il ricavato del concerto, organizzato dall’associazione Esserci, è stato devoluto in beneficenza alla Croce Bianca di Paullo. Il concerto è stato preceduto dalla lettura, eseguita dalle ragazze del gruppo teatrale Frontiera, di testi di Renato e Rita Castelli, i fondatori dell’associazione che ha come scopo quello di ricordare la figlia Eliana, venuta a mancare ventenne tre anni fa. Con la sua chitarra, vibrante tra le mani, accompagnato dal virtuosismo del violino di Angapiemage Persico e dall’intensa voce di Tiziana Zoncada, Davide ha intrattenuto senza tregua il suo pubblico in quasi tre ore di parole e musiche altamente evocative, inframmezzate da battute e aneddoti di frugale comicità. Indimenticabili i personaggi - spessissimo dei veri outsider - del costruttore di motoscafi, del nonno e i biblici Adamo ed Eva scacciati dal Paradiso terrestre… “per una poma”. Un connubio, quello di ritmi etnico-popolari, tipicamente mediterranei e dialetto nordico assolutamente affascinante e carico di forti emozioni. Van De Sfroos è riuscito ad attrarre il suo pubblico in un’unità formale e contenutistica mirabilmente raggiunta e mantenuta con una vena irresistibile di ironia. In tempi di note strimpellate e parole banali, scusate, non è poco.


Se volete dare direttamente un'occhiata al blog di Paullo, cliccate QUI' ( ha anche appena compiuto un anno, andate a fargli gli auguri!)

giovedì 22 novembre 2007

Breve racconto di una lunga serata PARTE 2

Servono parole semplici per entrare dritti nel cervello, la vita è fatta da tanti piccoli fatti, alzarsi al mattino, lavarsi, mangiare, scorrere il tempo fra il percorrere una strada e il pensare alla strada da percorrere e tutto questo significa vivere... così come amare soffrire e gioire e quando dentro rimane la pace di un silenzio vincitore, nasce una poesia...

L'è mea vèra che nel silenzio
dorma dumà la malincunìa
l'è mea vèra che un tuscanèll
l'è mea bòn de fa una puesìa

Una poesia è una piccola cosa, ma quando hai finito di leggerla, di recitarla o di scriverla, bella o brutta che sia, quando l'hai sentita davvero tua, ti fa guardare lontano un po’ più padrone di te stesso, come se di te stesso hai ritrovato qualcosa e lo tieni saldamente in mano. E vai con il vissuto del tuo scontro generazionale, de fiöö càn o campion, del lègn di ier e dla plastica de incöö, e vai come una barca sul lago, tracciando scie leggere, e vai assieme alla tua vita cercando di esserne protagonista ("la vita la gira fin che gira l'elica, ma la gira per nagööt se te ghet mea ben in man el timon") in cerca di una luce, miraggio d'infinito che dia energia per trovare tutti i giorni un motivo per affrontare il giorno dopo ( "non ho incontrato gente, ma solo fari accesi, non crescono girasoli qui dove il mondo è spento... ed ho imparato i segni e i sogni della roccia, gli ho mescolato i miei, l'ho frantumata tutta") e affrontarne le difficoltà.
La serata continua con sempre maggiore intensità, con la musica che si mescola alle parole di Davide strappando sorrisi, risate e pensieri ad un pubblico attento, gioioso e partecipe. Mi viene da pensare a come sarebbe stato bello se a scuola l'Iliade e l'Odissea ci fosse stato Davide a spiegarcele: credo che le avremmo sicuramente amate tutti.
Davide si lascia andare nei suoi monologhi, con un atteggiamento in cui sembra chiedere scusa, di chi dice: "Scusatemi se mi hanno voluto qui e vi racconto tutte queste cose, scusatemi se so tutte queste cose", ma noi lo staremmo a sentire per ore e quando usciremo da qui, sono certo che ognuno di noi avrà un po' più capacità di capire come una nuvola fa più azzurro l'azzurro di un cielo, o come un barattolo in un campo fa più risaltare ciò che ha attorno di pulito e di essenziale.
Scorrono le canzoni, scorrono i pensieri e l'adrenalina del pre-concerto si trasforma in adrenalina di emozione ascoltando "Il cavaliere senza morte", un pezzo che non so definire in altro modo che geniale.
La mia nonna Adele, la nona Nina per tütt i gent del sò paees, balla anche lei sulle note della nonna stria e tutti noi inseguiamo le note del violino di Anga che volano nell'aria.
Anga spesso ha strappato applausi a scena aperta con i suoi virtuosismi, applausi meritati da quest'uomo che alla musica dedica passione e rispetto.
Applausi meritati anche da Tiziana Zoncada, che colora con la sua voce, creando armonie vocali di estrema bellezza, ciò che Davide e Anga hanno costruito in questa serata.
La serata arriva ormai al suo epilogo. Una fine prima o poi ci deve essere, ma la sensazione è che tutti, ma proprio tutti, avrebbero voluto rimandarla fino a chissà quando perché...

"sö questa vita che vìvum de sfroos
sö questa vita che sògnum de sfroos
in questa nòcch che prégum de sfroos"

una volta tanto abbiamo ripreso il nostro posto. Un posto di persone che lasciano scorrere i pensieri ed i ricordi per riconoscersi, perché senza di essi non sappiamo chi siamo e nessuno di noi vuole perdersi nella nebbia che avvolge l'orizzonte della vita: sono certo che il lago conosce le sue gocce d'acqua una per una e ne conosce la diversità.
Arrivano i saluti, arrivano i ringraziamenti, quanti ne ho dimenticati! So che poco dopo tutto finirà e domani vedrò le sedie verdi di questa sala rimaste vuote e un grande occhio guardarle dalla parete e sorridere, pensando alla gente che ha visto sorridere e giocando con la musica rimasta ancora in sala e che solo lei saprà sentire.
Guardo la gente andare via. Alcuni li conosco, alcuni li conoscerò, altri forse no, ma stasera tutti sono stati qui e tutti mi hanno dato qualcosa da portare nel mio ricordo e nella mia speranza che la musica del pensiero sia infinita.
Ad ognuno di loro che se ne va e che spero un giorno di ritrovare ancora qui, per ringraziarli avrei voluto cantare una canzone, anche se non ho la voce di Davide. Allora l'ho cantata nel cuore, tanto lì suona sempre bene...

ciàpa i mè suspiir
e porta indree i suriis
basa la muntagna
cunt i cavej griis....

Grazie a Davide, a Marco, a Gianni... grazie ad Anga e alla splendida Tiziana, grazie a tutti voi per il vostro essere uomini prima ancora che artisti.
Grazie a mia moglie Rita per aver collaborato alla stesura di questo resoconto.
Grazie a tutti voi che mi avete letto e a quelli che in più ci sono stati.

Ed ora è Eliana ad essere li a braccia aperte,




per contenere tutto il vento che questa sala gli ha regalato e che contribuirà a farla volare sopra la vita e vederla dall'alto, ora che in lei c’è un nuovo sapere, una nuova verità che prima non poteva conoscere.

" rùeera la Breva a scancellà questa mia scia... ma el segn de la mia storia la poorterà mai via".


Renato

P.S. scusatemi per gli eventuali errori di scrittura in dialetto.